Vincent Giannico: ricerca e percorsi artistici.

 

 

 

Vincent Giannico nasce ad Atessa (CH) nel 1961.

Si diploma in un istituto tecnico e si iscrive alla facoltà di Architettura di Pescara.

Viaggia molto in Europa e negli Stati Uniti.

Opera come designer di oggetti e d’ambiente, partecipa ad alcune collettive, crea opere su commissione. Eclettico sperimentatore, si cimenta in tecniche differenti. Tra gli ultimi suoi lavori: “Plotone”, “17+1”, l’opera video “O.B.L. in U.S.A.” (sul terrorismo), e la recente performance “Santi Preganti”, realizzata in occasione di Arte Fiera 2006 a Bologna, a Berlino per la 4° Biennale d’arte e a Miart di Milano.

Vive e lavora tra l’Abruzzo e New York.

Ama definirsi un “reporter” dell’arte.

 

 

 

L’espressione artistica è, il più delle volte, un desiderio incontenibile e incommensurabile, frutto di un processo di sintesi, che va dal “guardare” al restituire un oggetto da “poter guardare”. Ogni uomo, per il solo fatto di esistere, guarda certo. Ogni artista si mette di fronte al mondo, ponendosi un quesito: “…..per guardarlo con quali occhi ?”

Vincent Giannico segue una formazione ricca di letture di saggi e d’argomento artistico, visite a musei, privilegiando sempre la sua personalissima interpretazione dei fatti e delle cose, rifuggendo ogni dogmatismo e accademicismo. Fin da piccolo la sua irrequietezza, la curiosità, lo portano a sperimentare, giocando, delle tecniche artistiche. Colora e dipinge su qualsiasi tipo di supporto, modella con la terra bagnata delle figure. Nella campagna, dove cresce, ha una miriade di immagini da osservare e da conservare come inviolabile riferimento.

Così, inconsapevolmente, scopre il cromatismo, la forma e il piacere che ricava creando lui stesso oggetti, immagini e progetti. A dieci anni, pretende come regalo per la prima comunione una macchina fotografica Bencini Koroll, a quindici riceve una cinepresa super 8. Ogni occasione diventa l’espediente per scatti, riprese, non importa in quale luogo ed in quale momento……..l’arte e la vita vanno ormai di pari passo.

 Dal gioco Vincent non si separerà più. Crescendo, il gioco-arte conserva sì spensieratezza e gioia, ma diventa indispensabile assumere anche la consapevolezza dell’inquietudine, della pericolosità, dell’onestà e di un destino da dare alla propria opera. E allora è lì che si mescolano fantasia, ironia, dissacrazione, giri “voltarici” del cervello, afflati e sospensioni del cuore. E’ lì che la passione deve trovare un indirizzo, un viadotto per diventare misurata comunicazione. Un atto dovuto all’essere umano, perché destinatario e, allo stesso tempo, artefice della sua riflessione. Le opere di Vincent sono rivolte all’uomo e trattano dell’uomo, del suo sopravvivere nella contemporaneità, di tutto ciò che a lui è saldamente correlato: il tempo, lo spazio, la natura, Dio. Da queste premesse, comincia uno smisurato mestiere.

L’idea nasce all’istante, ma può prendere un tempo lungo di realizzazione, perché l’opera deve essere fedele al suo principio, rispettare i suoi dettami. C’è bisogno di quel preciso oggetto da impiegare, di quel vestito, di quell’insetto. Non si rispetta una gerarchia assoluta delle tecniche o dei materiali, ma una gerarchia del momento, utile ad avvalorare proprio quell’idea. Gli elementi che compongono l’opera “racconteranno quel preciso fatto” e non un altro. Le opere racconteranno all’uomo del suo egoismo, dell’ingenuità della violenza e della corruzione, delle brutture del mondo, dei pericoli e delle menzogne, ma anche della fantasia, della leggerezza, della gioia e dell’amore. L’obiettivo è quello di provocare gli animi e le intelligenze, di scuotere l’osservatore.

L’opera non è altro che “restituzione” all’uomo di quello che è già suo, secondo un ben più universale disegno divino. L’opera però fornisce di una sottolineatura la realtà, dà la possibilità di percepire altri punti di vista, dà delle sfumature diverse alle cose, offre ulteriori possibilità…….per un destino collettivo.

Calato nel proprio tempo, Vincent non lascia sfuggire nulla che possa provocargli un certo interesse. Le persone che lo circondano, i media, i fatti politici, un raggio di sole, uno sguardo, possono persuaderlo a soffermarsi; da ogni parte la sua affabulazione può avere inizio. Instancabile “viaggiatore”, aggiunge nella sua memoria immagini sempre nuove, da poter manipolare senza compromessi di sorta e attraverso i canali della contemporaneità.

Usa indifferentemente pittura, scultura, fotografia, video, installazioni, performance……

Il suo laboratorio è un caravanserraglio di tele, colori, manichini, stracci, elementi naturali, pellicole, oggetti riciclati, cartoni, preziosi, mappe, libri; oggetti con un’anima pulsante, che saranno magari utilizzati o assemblati in maniera eccentrica o seriosa, che daranno frutto ad irriverenze o preghiere, che resteranno anonimi o diventeranno generosi. “Chi può dire che niente fa ridere, che tutto è serio, che tutto è banale? Oppure che tutto fa ridere, che niente è serio o niente è banale?”

Vincent è ben cosciente che ha di fronte un mondo con cui resta comunque difficoltoso interagire e confrontarsi, ma accoglie tutto come dono, dal quale trarre linfa vitale. Un dono ricevuto, di cui si serve non per armare filosoficamente una conoscenza assoluta dell’esistere, quanto piuttosto per riaffermare la vita, viverla, goderla, riposizionarne il messaggio e l’atto pratico…….e farne dono a sua volta……a chiunque sia.

 

 

 

Debora De Gregorio

 

20 febbraio 2006