I SANTI ITINERANTI DI VINCENT GIANNICO

Di Alessandro Fantini

 

 

All’ombra della Porta di Brandeburgo, varcando il diaframma simbolico tra due epoche, quelle di un non troppo distante neo-paganesimo e di un monoteismo industriale fin troppo contemporaneo, il viaggio intrapreso dai tre “Santi Preganti” dell’artista Vincent Giannico, divenuti all’occorrenza “Itineranti”, sembra tendere sempre più alla rievocazione dei quei pellegrinaggi medioevali compiuti alla volta dei centri europei della devozione popolare. Itinerari che, tuttavia, facendo leva sulla carica provocatoria delle omologie nominali, sull’ibridazione di motivi liturgici e denuncia sociale, intendono in realtà tracciare il percorso verso il risveglio di una spiritualità e di un’integrità etica la cui portata sia tale da travalicare i confini delle realtà locali da cui traggono la loro ragion d’essere. Così assume quasi una valenza “dantesca” la via segnata oltralpe da San Gennaro Vesuviano, San Giuseppe Jato e San Luca, santi parati secondo le convenzioni della tradizione pittorica e al contempo proiezioni iconiche di un’onomastica che rinvia ad una tradizione assai meno ieratica di tre comuni d’Italia affetti dal morbo della malavita organizzata. Un “iter” iniziato il 26 gennaio sul marciapiede prospiciente l’ingresso della trentesima edizione dell’”Arte Fiera” di Bologna, proseguita a Berlino il 23 marzo sulla AugustStrasse di fronte al BALLHAUS, oscura “balera” dal sapore “fine de siecle”, nel giorno dell’inaugurazione della quarta biennale d’arte curata da Massimiliano Gioni e Maurizio Cattelan. E’ quest’ultimo, osannato dalla critica quale artista italiano più importante degli ultimi anni, a sostare in meditazione davanti alle tre figure durante una pausa dai preparativi del “vernissage”, assorto nella lettura del cartello tradotto in inglese e tedesco  che, alla maniera delle iscrizioni votive, fornisce la chiave di lettura dell’iconostasi vivente. “Siamo San Giuseppe Jato” recita il cartello “San Luca, San Gennaro Vesuviano. Ma anche comuni delle province di Palermo, Reggio Calabria e Napoli nei quali, purtroppo, sono presenti Mafia, ‘Ndrangheta e Camorra. Con la speranza che qualcosa cambi e vengano tempi migliori, noi…….PREGHIAMO!!”. Dopo essere stato intervistato dalla televisione d’arte  TV CULT in merito all’ ascendente esercitato sulla sua arte dalla lezione creativa di Cattelan, Vincent lascia le terre teutoniche per essere accolto a Milano da un feroce sole primaverile che imprime significativamente le sue stimmate sui volti contriti dei santi mentre socchiudono gli occhi al cospetto del loro più prossimo interlocutore: il Duomo. Qui, nella giornata del 29 marzo, di fronte all’ingresso 23 del quindicesimo padiglione del MIART, fiera d’arte moderna e contemporanea, l’happening delle tre figure sacre raccolte in preghiera, interpretate da tre giovani studenti italiani, suscita ancora stupore ed espressioni d’ilarità nel flusso di visitatori che vi s’imbattono trascinati dal monotono ritmo del cerimoniale d’apertura.

Reazioni ironiche che presto lasciano spazio alla grave pensosità scaturita dalla lettura dell’ “insegna plurilingue”, chiaro invito a quella re-interpretazione che nella mente dell’osservatore conferisce il tono di drammatica attualità ad una composizione all’apparenza anacronistica, velata com’è da uno stucchevole quanto consapevole misticismo. Con l’estemporanea qualità “bunueliana” di questo muto ed erratico atto teatrale che vivrà ancora nelle prossime date, Vincent prosegue la sua personale vicenda di “nomade dell’arte”, alla perenne ricerca di quella veridica forma di eloquenza che gli oggetti e la natura circostante recuperano agli occhi di un artista armato, per citare Nietzsche, della stessa serietà insita nel “riso gaio di un bambino che fa rivivere il Creato in una "bolla di sapone”.